Sala d’aspetto

Distendo le gambe sul basso tavolino colmo di riviste, mi stiracchio un po’. Le ossa scricchiolano tutte, preoccupate per il cattivo tempo, nascosto e un po’ coccolato dalle finestre opache. Colpi di tosse, e d’imbarazzo. Alle pareti poster di paradisi lontani, progetti di fuga surgelati, pronti in pochi minuti.
Il silenzio, qualche sguardo che si incrocia, mi convince ad andare via, qui non c’è niente per me, solo qualche rivista spiegazzata, e un appuntamento al quale, probabilmente, tenevo solo io. Così prendo la giacca, lascio un foglio pieno di scarabocchi sulla sedia, e chiudo la porta dietro me.
Due tazzine fumano sul tavolino di un bar, illuminate a fatica in una pallida sera d’inverno. Se per ogni ricciolo di vapore avessi avuto una parola da dire, se per ogni tavolino, ogni sedia vuota avessi avuto la prova di un domani più colorato, forse oggi respirerei in maniera più convincente. Se non altro, penso, qui c’è la risacca del mare a coprire il silenzio. Il vuoto si riempie in fretta di acqua ghiacciata, di schiuma, dei ricordi collettivi di un’altra estate, in un album di fotografie in perenne movimento, in costante divenire.
Mi risveglio in un grigio pomeriggio d’ottobre, in cui tutto mi sembrava così lontano e invece semplicemente non esisteva. Per fortuna, non perdo il mio buonumore, niente è più capace di rubarmi il sorriso. Forse dovrei ringraziare qualcuno per questo, o forse no, non ci voglio pensare. Una giornata come tutte le altre, per chi non ha più sangue da versare; solo una caramella di traverso, tutto qui. Tenevo in mano il mio taccuino cercando di racimolare qualche idea per questo post, che non voleva proprio saperne di concludersi, ma invece di mettermi a scrivere, ho sfogliato qualche pagina e ho cominciato a leggere. Il destino cinico e baro – no, scherzo – ha tirato fuori parole che sembrano appartenere a una vita fa, eppure non è passato neanche un anno. Righe che devo ammettere mi hanno colpito, capitate in questo strano momento, in mezzo a questa roulette truccata.
Chiedo perdono per ogni momento di imbarazzo, per ogni virgola fuori luogo, per ogni parola indifesa, e oggi indifendibile. E’ estremamente divertente chiedere scusa quando forse dovrei pretenderle, ma so che non riceverò nulla, come sempre. Così riempio la mia boccetta di veleno quotidiano, la classifico, e la conservo ordinatamente assieme alle altre che ho collezionato nel corso degli anni. Mi rammenterà l’ennesima uscita di pista, una sterzata improvvisa che ho deciso di non affrontare. Sempre dritti, non importa che fine faccia la strada. Fuori il tempo volge al brutto ma, se non altro, il mio cuore è all’asciutto, e oggi splende fiero nel suo abito rattoppato.
“Non è tanto chi sei, quanto quello che fai, che ti qualifica.”
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