
Estate. Odore di tè. Mandrie di zoccoli impazziti. Uno sciacquettio lungo mesi. Eccoli là, i nonni-sceriffo. Angeli custodi con la dentiera. Occhi vigili semichiusi dalle cateratte. Ora sì che sono tranquillo. Si pavoneggiano nel loro feudo, delimitato giusto da un paio di escrementi di cane. La penna sembra sudare inchiostro per il caldo. Pochi istanti ed è già secco, dimenticato. Penso alla Polonia.
Un’esposizione campionaria di insaccati. Un torneo di pesca d’altura. Il primo posto appeso al gancio per la gola, una macchia scura per terra. I gabbiani che scappano sopra i tetti dei palazzi, pronti per il banchetto prima dell’alba. Odori acidi, lasciati fermentare al sole del meriggio in sacchetti di plastica. Ognuno racconta un’avventura, piccole goccioline di sudore vanno a comporre un mosaico di storie, prima che le pale di un ventilatore, o la carezza del vento le facciano svanire per sempre.
Bagnati senza una goccia di pioggia, asciugati dallo scirocco, spolverati di sale marino, fatti al cartoccio. Una squisitezza. Ho un bernoccolo, spuntato chissà perché. Qualche pensiero non ha trovato la strada per uscire, mi ha ammaccato tutta la testa. Devo peccare di testardaggine. Il rumore del ghiaccio in un bicchiere di vetro, avidamente svuotato. Gli autobus sembrano sbuffare ancora di più. E poi, i nodi alle cravatte si fanno più lenti, piccoli cappi di seta morbida. Le vele al vento, la polvere conficcata nel cuore. Aspetto la pioggia.
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